sabato 23 ottobre 2010

Commenti convegno del 23 ottobre

La prima giornata del convegno interassociativo si è conclusa. Le prime impressioni ci sembrano positive. La partecipazione è stata molto buona, così come la qualità di tutti gli interventi e dei laboratori.
Vi chiediamo di scrivere i vostri commenti e le vostre impressioni (basta cliccare sulla parola "commenti" qui sotto).
Presto pubblicheremo le sintesi dei laboratori e delle relazioni.
Per ora... grazie a tutti per la partecipazione e la collaborazione!

mercoledì 20 ottobre 2010

I laboratori

Pubblichiamo l'introduzione ai sei laboratori che verrà distribuita sabato al convegno in Cattolica. E' uno spunto di riflessione che può servire anche a scegliere in quale gruppo iscriversi. Ricordiamo quali sono:
- le comunità cristiane
- le comunità virtuali
- le comunità scolastiche
- le comunità del tempo libero
- le comunità professionali e del lavoro
- le comunità fragili e nascoste
Ogni laboratorio sarà introdotto da qualche testimone della comunità bresciana. Ecco l'introduzione.

Come creare spazi di comunità nelle tante occasioni di socialità che ci coinvolgono ogni giorno? Come creare legami in un tempo in cui la vita si dipana, più spesso che in passato, in “non-luoghi”? Sono gli interrogativi a cui dovranno rispondere i laboratori del convegno interassociativo e che confluiranno nella testimonianza di padre Fabrizio Valletti, parroco di Scampia, che spiegherà come si può fare comunità laddove i legami comunitari sembrano impossibili.
I lavori dei gruppi analizzeranno alla luce di queste domande alcuni ambiti: dalle parrocchie (sono sempre e automaticamente comunità?) alle comunità professionali, dal tempo libero alla scuola, fino ai contesti di fragilità. Parliamo di ambiti, perché non si tratta sempre di luoghi fisici. Le “community” virtuali sono un caso ormai abbastanza diffuso di persone che, pur non condividendo uno stesso luogo, ma un “non-luogo” come la rete Internet, possono arrivare a stabilire relazioni personali: tutto da dimostrare se poi queste possano diventare legami senza ricorrere all’incontro reale!
Di fatto il pensiero sociologico che ha riflettuto su questa tematica ha tradizionalmente presupposto lo spazio fisico condiviso come una caratteristica necessaria al sorgere della comunità. Fin dalla celebre definizione del sociologo tedesco Ferdinand Tönnies, che contrappone comunità (Gemeinschaft) a società (Gesellschaft). Per Tönnies la prima è caratterizzata da un comune senso di appartenenza che lega insieme i membri in gruppi naturali, la cui organizzazione sociale era basata sulla proprietà comune e la fratellanza o sulla condivisione della stessa attività lavorativa e quindi dello stile di vita. È interessante notare come quest’ultima modalità di creazione della comunità, basata sulla condivisione della professione e dello stile di vita, sia molto simile a quella che successivamente verrà definita come “comunità di pratiche”. La seconda (società) è l’espressione dello spirito dell’era moderna, fatto di interessi, bisogni, e desideri che spingono l’uomo verso una maggiore individualità e razionalità, allontanandolo dal senso di appartenenza, fratellanza, anche empatia, tipici della comunità, la Gemeinschaft.

Anche la riflessione sociologica successiva, pur arrivando a conclusioni diverse, ha legato il sorgere della comunità a un luogo fisico condiviso. Una simile interpretazione, mentre attribuisce allo spazio un ruolo importante per permettere la costruzione di legami comunitari come la prossimità, può esporre al rischio di una visione funzionalista: una comunità nascerebbe solo tra persone che vivono in una particolare località geografica, in quanto la loro interdipendenza, basata sulla condivisione di interessi, valori, ruoli, comportamenti e vita economica, lo richiede.
Più recentemente il pensiero sociologico ha ampliato il concetto di comunità per identificare un insieme di individui che, oltre all’elemento centrale riconosciuto nello spazio fisico condiviso e nel tipo di relazioni strette, condividano da una parte una comune identità (fondata sulla presenza di alcune di queste caratteristiche: interessi particolari, una storia comune, ideali condivisi, tradizioni e/o costumi) e dall’altra il raggiungimento di obiettivi generali o precisi. Una dimensione di vita comunitaria così intesa implica la condivisione di un sistema di significati, come norme di comportamento, valori, religione, storia comune. Non è più quindi solo la parte materiale e fisica della comunità a definirla, ma lo sono soprattutto i suoi membri che condividono valori e significati che danno origine al loro senso di identità.
È per questa via che in presenza di comunicazioni efficienti, comuni obiettivi e norme di comportamento condivise, si è arrivati a considerare “community” anche un insieme di individui che, pur non caratterizzato da contatto fisico o da vicinanza geografica, ha sviluppato un'identità comunitaria, come nel caso delle comunità virtuali di internet.
Per il lavoro dei laboratori può essere importante tenere presente una conseguenza di questo breve excursus: in una società altamente individualista come la nostra, in cui «la dispersione dell’Io e del senso aprono squarci d’angoscia, spingendo verso il recupero di un qualche fondamento, cioè di qualcosa di solidamente incontestabile, su cui tornare ad appoggiare, con sicurezza i piedi» (Magatti), cercare spazi di comunità risponde al bisogno di trovare legami caldi che diano sicurezza e identità a individui atomizzati.

Un bisogno che può essere ambivalente (e che emerge dal dibattito tra “liberal e communitari”):

• se strumentalizzato può trasformarsi in una ideologia che assolutizza la terra, il sangue, il Noi, facendone dei fondamentalismi che generano egoismo, chiusura, disinteresse verso la collettività e verso ogni apertura alla mondialità.
«Il nostro tempo ci presenta questi dilemmi in una forma nuova: da un lato, l'apertura culturale, le potenzialità dei si¬stemi di comunicazione di massa, i fenomeni della globa¬lizzazione hanno fatto vacillare le barriere sociali, politiche, culturali, dilatando fino al massimo consentito gli spazi della convivenza. Cadono le barriere, vacillano le differenze. Da un altro lato, però, quello che si è guadagnato in estensione può essere perduto in profondità. Aumentano i contatti, si riducono le relazioni; si infittisce la ragnatela virtuale dell’informazione, si allentano le esperienze reali di comunicazione. Il senso di spaesamento che ne deriva ci porta a gettare l'àncora della nostra identità in fondali bassi e sicuri. Quando gli spazi della casa si allargano troppo, abbiamo bisogno di costruire stanze più piccole, di tirare su nuove pareti, dietro le quali rifugiarci; la nostra valle, il nostro dialetto, le nostre tradizioni…
Nell'ibridarsi delle culture, senza un richiamo alto e auto¬revole alla universalità della famiglia umana, lo spaesamento del globale convive con un’acuta solitudine planetaria, che rilancia un bisogno istintivo del locale. La politica a volta cavalca astutamente questi istinti reazionari, tirando fuori il suo repertorio peggiore: adesso basta, non possiamo pagare per tutti, abbiamo i nostri figli; dobbiamo difenderci dalle burocrazie anonime, dagli apparati anonimi, dalle istituzio¬ni anonime. Dietro la condanna dell’anonimato, compare un vecchio schema manicheo, di cui la storia ci ricorda gli effetti sanguinosi: noi e loro, l'Impero e i Barbari…
Quando si liquefanno le differenze, si consolidano le appartenenze. Si fa strada, allora, la convinzione che la salvezza venga dall'appartenenza: diretta, tangibile, radicata in una storia e in una geografia dai confini certi, a portata di mano. Ecco come una buona idea, ripiegata su se stessa e sovraccaricata di valore messianico, alla fine elargisce proprio il contrario di quello che promette, trasformandosi in un'ideo¬logia resistente ai solventi di ogni cultura della solidarietà e del bene comune» [da Luigi Alici, Cielo di plastica. L’eclisse dell’infinito nell’epoca delle idolatrie, San Paolo, 2009, pagine 110-118].

• se valorizzata, questa “voglia di comunità” può tradursi nell’impegno a creare legami di conoscenza, aiuto reciproco e solidarietà per superare l’isolamento delle persone e costruire significati e valori comuni in ogni contesto e in ogni ambito in cui ci si trova a vivere, anche nei luoghi virtuali delle rete. E abilitarsi, così, a sentirsi responsabili del bene di tutti e di ciascuno, cioè del bene comune.